cipolle
punta e cul
la casa della befana

moto mondiale

 

 

 

Nel 1944 Urbania ha subìto un disastroso bombardamento: portici, alcune chiese e altri monumenti sono stati distrutti o gravemente danneggiati

"Per non dimenticare"
Il bombardamento del 23 gennaio 1944

Scarica PDF

 

Le tradizioni, il folclore e le curiosità

In Urbania è ancora possibile vivere tradizioni e usi popolari. Fra le più antiche ricordiamo: Segalavecchia, rito propiziatorio di metà Quaresima incentrato sul fantoccio della vecchia carico di dolci; le processioni della Madonna del giro e del Corpus Domini, ornate dai fiori e dalle ginestre di maggio; le Feste della Trebbiatura che fanno rivivere il lavoro dei campi e infine la Ricorrenza del Patrono.

La festa della Befana: ogni anno dal 2 al 6 gennaio si svolge una grande festa nazionale. La vecchina scende dal campanile e centinaia sono le befane che si radunano a Urbania. Tanta gente viene da ogni parte; i bambini che partecipano alla festa ricevono doni, mentre quelli lontani possono scrivere letterine dal sito www.labefana.com.
Le Cipolle come barometri
: la previsione, mese per mese, si ottiene con l’esame di 12 spicchi cosparsi di sale ed esposti all’aperto nella notte fra il 24 e il 25 gennaio, detta di S.Paolo dei segni.
Punta e Cul:
gioco di Pasqua con le uova sode; vince chi riesce a mantenere il suo uovo intatto, battendolo con quello di altri concorrenti disposti in cerchio e intascando tutte le uova che riesce a rompere.

Il patrono San Cristoforo e la benedizione delle auto
Urbania ha avuto quale patrono San Cristoforo già dalla sua fondazione. Infatti il primo nucleo abitato dell’antica Casteldurante che poi diventò Urbania sorse attorno alla chiesa abbaziale di "San Cristoforo del ponte" che esisteva già nel IX sec. Singolare la figura del patrono, sorta di Ercole cristiano protettore dei viaggiatori e oggi degli automobilisti.
In Urbania si tiene il 24 luglio l’inno al santo e il 25 luglio la Festa del Patrono con una solenne processione serale.
La domenica successiva ( una consuetudine iniziata negli anni ’20), si ripete la tradizionale benedizione delle auto con la reliquia della spalla del santo conservata in cattedrale nell’urna attribuita al Pollaiolo (1472). La leggenda narra che Cristoforo portò il bambino Gesù in guado attraverso le impetuose acque di un fiume.

La pirla
Trottola in legno duro realizzata a mano, incisa di piccoli solchi e con una punta di ferro in cima, oppure di forma più affusolata, con la quale in Urbania si è giocato per vicoli e piazzette fino ai primi anni ’80 del ‘900 (viene ancora costruita dagli appassionati). Le gare erano molto accanite e combattute. La “pirla” si faceva girare sia come una comune trottola, sia lanciandola con l’aiuto di una cordicella avvoltagli intorno, sia facendola rotolare in strada a colpi di una frusta. Per questa sfida si usava la pirla di forma più lunga.

Segalavecchia
In Urbania la “Segalavecchia” si celebra nel giorno di metà quaresima, utilizzando un pupazzo a grandezza di donna addobbato con collane di lupini, fichi secchi, ciambelle e maritozzi, tutti dolci del periodo invernale. Al suono delle musiche di un bandino e con un buon bicchiere, i dolci vengono poi offerti ai presenti.
Si tratta della “memoria” di un rito antico, propizio per una stagione ricca di abbondanza e diffuso in una vasta area di influenza pagano-celtica, più comune nelle vicine terre romagnole della provincia di Forlì.
La Segalavecchia è una sorta di rivincita nel periodo più avverso dell’anno, con tutti i simboli della cultura carnevalesca: il fantoccio veniva riempito di leccornie, poi tagliato nel mezzo e quello che ne usciva distribuito a tutti; quindi si bruciava la vecchia con un grande falò. In Urbania il pupazzo non viene né segato né bruciato.

Urbaniesi lumaconi! Senza campane e senza cannoni!
Gli abitanti di Urbania sono chiamati urbaniesi o durantini (da Casteldurante, termine molto usato ancora oggi).
Il soprannome tipico è quello di LUMACONI, inteso come “mangiatori di lumache” che in Urbania sono molto apprezzate.
Ma una curiosa tradizione spiega invece il termine lumaconi in modo ben diverso.
Infatti nel periodo della presenza dei soldati di Napoleone in Italia, dopo il saccheggio della vicina città di Fossombrone (febbraio 1797), gli urbaniesi, impauriti, rafforzarono le porte e le mura e realizzarono perfino nove cannoni, fondendo il bronzo delle campane delle chiese. I cannoni (orgoglio della cittadinanza) rimasero però inoperosi e, qualche anno dopo, il comando francese li portò via da Urbania per munire i bastioni di Urbino. Gli urbinati, allora, derisero i poco lesti vicini canzonandoli così: “ Urbaniesi lumaconi! Senza campane e senza cannoni! ”
(Enrico Liburdi:“Come nascono i proverbi” -Bollettino del Reale Provveditorato agli Studi di Ancona, nn.5-7, 1925 e in “Urbania nell’Unità d’Italia 1861-1961”, a cura di Enrico Liburdi, Vittorio Giampaoli, Corrado Leonardi, 1961)

Lumacone d’oro
Manifestazione fra i quattro rioni cittadini (Ponte Vecchio, Porta Nuova, Porta Parco, Porta Celle) che si sfidavano negli anni 1964-‘68 a colpi di rappresentazioni teatrali, con una seguitissima esibizione presso il Teatro Bramante. La città era totalmente coinvolta, in una gara di abilità e di creatività. Il trofeo da conquistare era un grande “lumacone d’oro” opera in ceramica dell’artista Federico Melis (1964), ora conservata al Civico Museo.

La fiera di S. Luca e delle Donne: storico mercato a ottobre di merce e bestiame, che richiamava gente fin dalle regioni vicine. Dopo le fatiche dei campi, nel giorno della fiera dedicato alle compere femminili, molte donne con i soldi del raccolto acquistavano il corredo e il necessario per la casa. Per le vie della bella Casteldurante, in tempi nemmeno troppo lontani, erano possibili facili approcci, occasioni di incontro e fidanzamenti. Anche oggi la fiera brulica di donne che prendono d’assalto… le centinaia di bancarelle.

La storia curiosa di Michelangelo e la casciotta d’Urbino
Michelangelo può essere considerato il più illustre “assaggiatore” dei prodotti agricoli del territorio.
È noto come il Buonarroti avesse il suo più stretto collaboratore nella persona di Francesco Amatori da Casteldurante, detto l’Urbino. Tenne a battesimo i due figli dell’Amatori e ne divenne il tutore alla morte del padre. Si può documentare che Michelangelo si nutrisse quasi esclusivamente della “casciotta d’Urbino”, tipico formaggio nostrano che l'Amatori gli procurava. Infatti l'artista aveva fatto acquistare dall'Urbino (cioè Francesco Amatori) una serie di poderi nel territorio durantino, ancora esistenti con lo stesso nome:…“detti de Colonello, delli Campiresi, de Ca la Riccia… di cui si premura di riservarsi il diritto al cacio Durantino”… che si faceva mandare a Roma (atto notarile di Benedetto Perugini, 12 febbraio 1554)... appunto la casciotta d'Urbino (cioè dell'Amatori).
Il grande Michelangelo dimostra così di preferire il nostro formaggio al toscano marzolino, allora noto in tutta Europa. Rimane la storia curiosa del nome della casciotta d’Urbino, che ancora oggi è un apprezzato prodotto di questo territorio.
(Mario Carnali, Corrado Leonardi - in: L’agricoltura marchigiana nella comunità economica europea, 1972).

Fra i famosi personaggi durantini
Cipriano Piccolpasso, il grande didascalico della ceramica, è un altro straordinario figlio di questa terra di artisti come l’urbinate Raffaello, il pesarese Rossini, il famoso architetto Bramante (conteso tra Fermignano e Urbania).
Cipriano è nato a Casteldurante nel 1524, ha scritto a 24 anni “Li tre libri dell’arte del vasaio”, vera e propria “bibbia” dei ceramisti, utilizzata ancora oggi. Sappiamo che ha viaggiato molto, che è autore di altre opere minori fra cui disegni di piante di città, sovrintendendo a lavori di fortificazioni; che morì nel 1579 ed è sepolto nella chiesa di S. Francesco a Urbania. Il suo trattato, oggi conservato al Victoria & Albert Museum di Londra, è un documento davvero eccezionale che fa scoprire quel mondo eclettico che era l’arte ceramica del ‘500, figlia anch’essa dell’uomo ideale del Rinascimento.

Trento Cionini, il maestro della banconota, (Urbania 1919, Roma 2005), è considerato il protagonista della microincisione e della storia della lira in Italia. Formatosi alla Scuola del Libro di Urbino, Trento ha lavorato per la carta moneta di tanti paesi stranieri e ha formato allievi incisori per molte banche centrali, distinguendosi per la sua maestrìa e l’assoluta qualità artistica. Cionini ha prodotto dal 1957 per la Banca d’Italia quasi tutte le banconote in circolazione (fra cui le 1.000, le 5.000 e le 100.000 Lire), fino al suo capolavoro del 1997, la banconota da 500.000 Lire dedicata a Raffaello, realizzando anche oltre 60 francobolli per le Poste italiane, il Vaticano e San Marino, e decine di banconote per paesi come il Marocco, l’India, la Germania, la Turchia, il Brasile, il Venezuela, il Canada e tanti altri.
Un personaggio di Urbania e di questa terra, un Maestro del nostro tempo.

Anche altri urbaniesi, negli anni recenti, hanno proseguito con il loro talento la tradizione artistica del nostro territorio e sono diventati famosi; fra tutti ricordiamo i pittori Augusto Ranocchi e Piero Cicoli, lo scenografo Egidio Spugnini, l’autore di testi musicali Maurizio Spaccazzocchi, i fotografi Samuele Galeotti e Daniele Letizi..

I nonni da record
Nel 2008 il novantenne Pierino Paci scala addirittura in Gran Sasso, mentre l'ultraottantenne Giuseppe Guerra (John) ancora allena i giovani calciatori dopo una vita dedicata allo sport. Due ottimi esempi in una terra generosa anche nel donare longevità e benessere fisico.

Il monumento al Giro d’Italia
Il 21 maggio 2008 Urbania ha ospitato l’undicesima tappa del Giro d’Italia (detta “Tappa Pantani”, alla memoria del grande campione). La città ha dedicato al Giro un vero monumento: una bici in acciaio e ceramica, copia fedele del marchio della manifestazione. La bicicletta, a grandezza naturale, ha una struttura in ferro progettata da Matteo Cucchiaini e realizzata dall’officina della Crainox di Piobbico. La bici-monumento è stata poi completata d supporti ceramici da parte degli artisti dell’Associazione Amici della Ceramica.
La scultura ha trovato dimora permanente in un'area verde all’ingresso della città.

La leggenda della Bologna in miniatura
Quando, dopo la distruzione di Castel delle Ripe si decise di ricostruire il borgo, alcuni maestri muratori furono mandati a Bologna con mazzi di canne palustri per misurarne le vie e i portici, perchè si voleva edificare un abitato con caratteristiche simili. Al ritorno, stanchi, i maestri muratori usarono quelle canne come bastoni da viaggio che così si accorciarono, e quindi…tutto fu più piccolo nella nuova città.

Le quattro metamorfosi del nome
Urbinum Metaurense, 280 A.C. forse municipio romano, a pochi km dall'attuale abitato sul fiume Metauro
Castel delle Ripe, dal primo medioevo al 1282, posto sulle colline e distrutto dai Ghibellini di Urbino
Casteldurante,1284 dal legato pontificio Guglielmo Durante che ricostruì sulle rive del Metauro Castel delle Ripe
Urbania, 1636 da Papa Urbano VIII che la elevò a città e diocesi "per la civiltà degli abitanti e la bellezza del luogo"

Un giglio, due chiavi, tre api: come un facile rebus
stemma Urbania
Un giglio, due chiavi e tre api sono, dal 1636, l’emblema di Urbania.
La prima icona indica il partito guelfo in cui militarono Castel delle Ripe - per questo motivo rasa al suolo nel 1277 dalla vicina Urbino, ghibellina - poi Casteldurante, così ribattezzata dal nome del provenzale monsignor Guillaume Durand, il legato pontificio che la ricostruì nel 1284.
Le chiavi incrociate e le api alludono al personaggio in omaggio al quale, entrata a far parte dello Stato della Chiesa, la città mutò nuovamente nome, chiamandosi Urbania: papa Urbano VIII - le chiavi, simbolo dei successori di S. Pietro - che prima di salire la sacra soglia fu Maffeo Barberini; le api (l'operosità) sono l'inconfondibile marchio della famiglia.
La corona e l'alloro, che incorniciano lo stemma, indicano sovranità e nobiltà: il colore della città è il bianco-rosso.