Federico Melis

Una vita per la ceramica: Federico Melis e sua moglie Isa

Il Museo Civico di Urbania conserva numerose e pregevoli opere di ceramica sia del prof. Federico Melis sia della moglie Isa, frutto di un’importante donazione da parte della stessa signora.
Federico Melis (Bosa -NU- 1899, Urbania 1969) è stata una figura determinante per la rinascita della ceramica di Urbania, lasciando un segno profondo dai primi anni del dopoguerra, circa dal 1949/1950 fino alla sua morte nel 1969, ma anche in seguito, proprio grazie ai suoi allievi che poi hanno continuato la nobile arte.

In tempi ormai lontani, alla fine degli anni ’30 del ‘900, Federico Melis era approdato nelle Marche e, cominciando da Pesaro, passando per Urbino, si era infine stabilito in Urbania. Melis aveva così toccato i tre poli di produzione della maiolica dell’antico Ducato di Urbino. L’opera di Melis rappresenta una pietra miliare per la ceramica della Sardegna. In una regione senza la tradizione della maiolica, Melis fu il primo artista che segnò il passaggio della ceramica a fuoco alla maiolica. Arrivato a Casteldurante (l’antico nome di Urbania), a lui spettò l’onere di rilanciare questo artigianato in quella che era stata una delle patrie internazionali della maiolica.
E in Urbania, fondando laboratori e botteghe, catalizzando talenti, promuovendo e incoraggiando, Federico Melis ricostituì un collettivo di ceramisti di valore.

Ma facciamo una pausa, e riprendiamo la storia della ceramica di Urbania un secolo prima dell’arrivo del Melis.

Ci sono notizie di una industria nel 1829, diretta da Damiano Berardi, la qual fabbrica però visse sempre sull’orlo della chiusura. Dalla metà del XIX secolo cominciarono a lavorare le “Ceramiche Albani” dirette da Giuseppe Segre, con alcune maestranze esterne come il pesarese Terenzio Bertozzini. Alla fine del 1800 le fabbriche Albani ubicate nel Palazzo Ducale chiudono.
Ubaldo Letizia, già operaio di dette ceramiche, rileva tutto il materiale, stabilendo i nuovi laboratori in Via delle Maioliche e nel vicino ex-teatro ducale (in Via delle mura), dove erano istallati i forni, la legnaia e il deposito argilla. I colori si macinavano fuori il circuito delle mura cittadine, nella “chiusa dei macinini”. Ubaldo Letizia, torniante di talento, coordina la fabbrica di cui fanno parte Letizia Dante, Rossi Carlo, Rossi Giuseppe (fuochista), Vergari Stanislao, Rubolini Ivo, Letizia Luigi (torniante) e Berardi Giuseppe (decoratore). Questi ceramisti, anche grazie alla presenza del pittore Vildi, raggiunsero, fino al 1925, una bella fama richiamandosi ai moduli della tradizione.
L’altra famiglia che nei primi decenni del ‘900 continua l’artigianato ceramico è quella dei Rigucci, soprannominati i “Bavosi”. La loro fabbrica era in Largo Paolo Scirri vicino al Ponte chiamato per l’appunto dei “Cocci” (così ancora oggi) sui cui bordi facevano essiccare i vasi. La loro produzione era di ceramica da fuoco (pignatti, teglie, vasi, orci) destinata a servire, attraverso le fiere, i ceti rurali e popolari. Allorché i Rigucci dovettero smettere l’attività, per via della introduzione della utensileria di metallo, e Ubaldo Letizia, rimasto ormai solo, moriva attorno al 1941, la maiolica in Urbania rimaneva del tutto senza riferimenti.

Ed ecco che ritroviamo il prof. Federico Melis.

Sul finire della II^ guerra mondiale, verso il 1945, Corrado Leonardi, Carlo Aloisi e Federico Melis fondano la “Ceramica d’Arte Casteldurante”. I laboratori sono sistemati nel Palazzo Ducale: al piano terra il deposito d’argilla, la fornace, la legnaia; al primo piano le sezioni foggiatura, formatura e decorazione. I collaboratori a vario titolo sono circa 20, diretti appunto dal Melis. Tre sono gli addetti alla preparazione dell’argilla, reperita in località Gualdi e Barca sino agli anni attorno al 1950. Ricordando quel periodo, così raccontano alcuni ceramisti: ”Con un carretto a mano si facevano i 4 km. da Urbania ai Gualdi e una volta raccolta la preziosa argilla che era molto buona, si riscendeva in paese…una bella fatica certo, ma tutti erano spinti da grande passione!”. Fra i tornianti erano presenti un pesarese e un faentino, così come l’addetto alla fornace è di Faenza. Le decorazioni erano lasciate agli apprendisti e ai giovani di Urbania: Stano Tontini, Peppino Tacchi, Luigi Luzi, Maria Rasponi, Torquato Campana, Anna Maestrini, Vittoria Nespoli, Sante Cancellieri, Augusto Ranocchi, Vittorio Salvatori e altri.

Federico MelisDietro l’impulso di tale iniziativa e da essa derivata, si costituisce a metà degli anni ‘50 la “Scuola artigiana arte ceramica Metauro”, una società di cittadini urbaniesi che organizzano i laboratori in Via delle Maioliche, nel posto lasciato libero già prima del 1940 dal ceramista Ubaldo Letizia. Il direttore è sempre il Prof. Federico Melis, al cui fianco troviamo Isa Casano Melis, moglie ed allieva. La fabbrica è articolata nelle tre consuete sezioni: foggiatura, formatura, decorazione. Dispone di due forni a legna. Dal 1956 si comincia a importare l’argilla da Montelupo Fiorentino. Tra i primi artigiani qui troviamo Oscar Ducci, quindi Torquato Campana, E. Forlani di Pesaro, Vittorio Salvatori, Luciano Bassi di Faenza, Ettore Benedetti, Piero Cicoli, Attilio Tabacchini (detto Tilôn) addetto alla preparazione dell’argilla e Giuseppe Bartolucci come tecnico della cottura e verniciatura.

L’arrivo alla “Metauro” di Luciano Bassi segna una svolta determinante per la ripresa della tradizione classica legata alle forme, alla tecnica, ai decori. Certo, il Melis ne parlava ma i suoi allievi lavoravano di fatto sulle linee segnate dal suo stile e dalle sue tecniche. Nessuno in quel periodo aveva visto fare un piatto legato all’antica tradizione durantina cinquecentesca, negli stili e nelle decorazioni; in Urbania la realizzazione di questa maiolica si era persa ormai del tutto.
Con Bassi invece (che aveva la cultura della ceramica classica e proveniva da Faenza), si apre per i giovani ceramisti un mondo nuovo, lo imitano e cominciano a fare piatti e coppe con i decori ripresi dall’arte maiolicara di Casteldurante.
Il laboratorio produce servizi da piatti e da caffè, pannelli decorativi, soprammobili e manufatti ceramici vari, come risulta da un contratto per 50.000 piastrelle della numerazione civica. Vende specialmente nelle città della fascia costiera ma riceve ordinativi pure dalla Sardegna.
Nel 1963 si costituisce una nuova società, la “Ceramica Metauro”, nella quale confluiscono parte dei soci della “Scuola artigiana arte ceramica Metauro”, che viene di conseguenza disciolta.
Una nuova struttura edile, in località Barchetto, ospita la fabbrica attrezzata con cinque forni (due a legna, tre elettrici, fra cui il forno Hofmann a cottura continua). Impiega circa 15 operai; per un certo periodo viene diretta dal pittore-ceramista Piero Cicoli (diventato poi molto noto, opera da anni a Varese). Tra i nomi dei soci si avvicendano Vittorio Salvatori, Giovanni Bartolucci, Arsenio Arseni, Riccardo Mistura. Questa società intendeva avviare una produzione industriale (pavimenti e rivestimenti), superando la dimensione dell’artigianato artistico. Ma l’abbandono delle maestranze più qualificate, carenze di organizzazione tecnico-commerciale e altri fattori, impongono la chiusura della fabbrica nel 1968, un avvenimento che ha significato per l’artigianato ceramico urbaniese la perdita di prospettive e la rinuncia al più ampio respiro nazionale.
Buona parte dell’attrezzatura della “Ceramica Metauro” viene acquisita da Ettore Benedetti, Vittorio Salvatori, Piero Cicoli e don Corrado Leonardi; Cicoli e don Corrado aprono nello stesso anno (1968) il “Centro Sociale Cipriano Piccolpasso”, bottega d’arte ceramica che vuole offrire sede e mezzi a chiunque voglia “…plasmare argilla, farne un bassorilievo, una scultura, un oggetto; un piatto, tazza, boccale, ricoprirla con cristallina, engobbiarla…”.

Federico MelisDal 1968 in poi, la “Piccolpasso” fu il punto d’incontro dove si confrontò la gioventù urbaniese interessata alle arti figurative: Piero Cicoli, direttore della bottega, Mino Gostoli, Loretta Forlini, Orlando Viti, Augusto Ranocchi, Raimondo Rossi, la giapponese Teruko Saito. Il Centro disponeva di un forno a gas, uno elettrico e due torni a piede. Vi hanno lavorato (1970-1994) Vittorio Salvatori, Raimondo Rossi, don Corrado Leonardi, Orazio Bindelli, e in seguito anche Dirce Bellucci, Maurizio Meliffi, Marco Antoniucci, Monica Alvoni, Gilberto Galavotti, Giuliano Smacchia, Monica Saltarelli ed altri. Ancora oggi (2009) il Centro Piccolpasso è attivo, diretto dal pittore-ceramista Adriano Paoli.
Frattanto Federico Melis proseguiva tenacemente il suo lavoro e nel 1960 aveva aperto in Via Insorti Ungheresi uno studio di scultura e di ceramica, la “Keramos”, coadiuvato da abili collaboratori fra i quali la moglie Isa Casano Melis, Giuseppe Cangiotti ed altri. Si univa alla attività di questo laboratorio la bottega di Orlando Viti. Oscar Ducci già dal 1958 era emigrato a San Marino, dove anche Ettore Benedetti vi aveva lavorato presso una fabbrica ceramica.
Nel dopo-guerra dunque si era riusciti a ricostituire alcuni validi artigiani/artisti locali; la maggior parte di essi ha lavorato poi in altre città: Luciano Bassi a Cotignola, Mino Gostoli a Fermignano, Augusto Ranocchi a Roma (che raggiungerà fama internazionale come pittore e scultore, lavorando negli USA e realizzando porte in bronzo per cattedrali e chiese, fra cui l’ultima, nel 2007, per il Tempio Votivo del bombardamento a Urbania), Piero Cicoli a Varese, Adriano Paoli a Milano ed altri in scuole d’arte come Vincenzo Feligiotti e Loretta Forlini.
Nel 1969 muore Federico Melis.
Dal 1970 hanno proseguito l’attività in Urbania soltanto il “Centro Sociale C. Piccolpasso” e la “Ceramica Ettore Benedetti” che nel 1963 aveva aperto un proprio laboratorio a Sant’Angelo in Vado, per tornare nel 1971 in Urbania presso il Barco Ducale e dal 1982 in corso Vittorio Emanuele con una bottega-negozio aperta ancora oggi (2009).
Per tutto questo periodo, fino agli anni dopo il 1985, queste due esperienze -le uniche rimaste- hanno avuto il merito di continuare l’antica arte, collegando il filo della grande tradizione con l’attualità. Tutte le altre botteghe sono venute dopo. Nel frattempo la ceramica di Federico Melis viene riproposta privatamente da Giuseppe Cangiotti, come studio e ricerca, utilizzando le sue forme e alcuni suoi materiali originali comprese le ricette.
Il Cangiotti aveva ereditato tutto ciò dallo stesso Melis con l’impegno di riprodurne le opere (bronzetti e bassorilievi) perché il maestro sardo potesse così rivivere artisticamente dopo la sua morte. Agli inizi degli anni ’80 del ‘900, parte di questi preziosi materiali sono poi passati al ceramista Silvio Biagini che ancora oggi (2009) prosegue l’arte del Melis, coinvolto in pieno nel messaggio del professore. In Urbania, dunque, c’è chi riproduce le sue forme e i suoi decori con le sue particolari tecniche e il segno innovatore del Melis è comunque presente.

Nel 1982 l’Amministrazione Comunale avvia il programma “Urbania per la rinascita della ceramica nelle Marche” per far rifiorire la tradizione con iniziative promozionali annuali, fra cui mostre della ceramica rinascimentale metaurense, convegni e pubblicazioni.
Sono poi stati attivati corsi professionali e del Fondo Sociale Europeo, fino alla concreta rinascita iniziata dal 1990 con l’apertura di nuove botteghe; l’istituzione nel 1993 del Museo Diocesano (donazioni di don Corrado Leonardi, direttore Raimondo Rossi); il riconoscimento nel 1994 di “Zona di produzione di ceramica artistica e tradizionale” e il diritto al marchio DOC nazionale della ceramica, 1° comune delle Marche (Legge 188/’90); la presenza nel Consiglio nazionale dell’AICC (Associazione Italiana Città Ceramiche); l’avvio dell’attività dell’Associazione Amici della ceramica, nel 1995, che contribuirà a dare un forte impulso a tutto il nuovo movimento (in particolare con Silvio Biagini, Orazio Bindelli e Antonio Violini); le mostre al Parlamento Europeo di Strasburgo nel 1996, alla Fiera del Turismo di Lipsia (Germania) nel 1997, in altri luoghi e fiere in Italia e all'estero nonchè nel 2007 a Praga.
federico melisÈ stato il frutto dell’attività di promozione dell’Amministrazione comunale (soprattutto del sindaco Giuseppe Lucarini) con il concorso di tanti soggetti, in primo piano il Museo Civico (e il suo direttore Feliciano Paoli) e l’Ufficio Turismo (e il suo responsabile Tarcisio Cleri). Si è arrivati alle dimostrazioni per scuole e gruppi, ai corsi-vacanza e ai week-end della ceramica, agli scavi sotto le mura e alla catalogazione dei frammenti, alle nuove mostre, alla ricerca, a qualificate pubblicazioni, all’innovazione e alla valorizzazione culturale e turistica del nostro artigianato più prestigioso.
Attualmente, oltre ai ceramisti protagonisti nelle botteghe, si leggono nomi nuovi fra cui il ceramologo Massimiliano Cecconi, Alice Lombardelli, Marcello Pucci, Laura Scopa ed altri, o come Sante Cancellieri e Raimondo Rossi (due dei “vecchi”), Antonio Violini, Orazio Bindelli e Nicoletta Braccioni che ricercano e realizzano il moderno, si esprimono nella tecnica del raku e sono apprezzati in mostre e rassegne.

Questi, al 2009, i ceramisti-artigiani nelle botteghe ceramiche di Urbania:
-Ceramiche d’arte Ettore Benedetti: la moglie Claurisia Cosmi e lui stesso, bottega attiva dal 1982
(già dal 1971 al Barco Ducale);
•Le Maioliche di Monal: Monica Alvoni, aperta dal 1990;
•Ceramiche d’arte l’Antica Casteldurante: Giuliano Smacchia e Gilberto Galavotti, aperta dal 1995;
•Biagini Ceramiche ”jn Casteldurante”: Silvio Biagini e la figlia Elvira, aperta dal 1996;
•Ceramiche d’arte Violini: Chiara Violini (con l’aiuto del padre Antonio), aperta dal 1997;
•Maiolica d’Arte di Monica Saltarelli: Monica Saltarelli, aperta dal 1998;
•Bottega di Ceramica Laura Vianello: Laura Vianello, aperta dal 2007;
•Terry Art Ceramica artistica durantina: Maria Teresa Guerra, aperta dal 2007 (esposizione);
•Laboratorio di restauro Dirce Bellucci: Dirce Bellucci, restauratrice già ceramista, aperta dal ‘94.
Completano il quadro il Centro Sociale Cipriano Piccolpasso (Adriano Paoli) e l’Associazione Amici della ceramica (Orazio Bindelli e tutto il gruppo dei nuovi già citato).

Oggi dunque -pur nelle grandi difficoltà per il mestiere dell’artigiano e soprattutto economiche, dovute al mercato globale e all’arrivo di prodotti a basso prezzo di minore qualità- si può parlare di qualche prospettiva per la ceramica di Urbania ed è bene essere ottimisti.
Questa percorso sul passato recente e sul presente (al 2009) della ceramica durantina-urbaniese, spiega anche i meriti del prof. Federico Melis, che è stato il protagonista della ripresa dell’antica tradizione maiolicara, collegandola al nuovo periodo. Con lui è d’obbligo ricordare l’opera dello storico e ceramologo don Corrado Leonardi scomparso nel novembre 2005 (il suo impegno instancabile e la competenza, l’istituzione del Museo Diocesano, le conferenze e le pubblicazioni).

Federico Melis ceramista e artista (scheda artistica di Feliciano Paoli)

Federico Melis

Entrando ora dentro l’opera di Melis ci si rende conto che esso, pur lavorando in una cittadina di provincia, e pur rifacendosi indubitabilmente a un patrimonio di immagini sarde, non esprime però un linguaggio figurativo vernacolare, non si chiude nella cifra del regionalismo. Esso si presta all’equivoco -che è un carattere dell’opera d’arte- perché ci fa scegliere se entrare nella sua opera dalla porta della Sardegna o dalla porta delle avanguardie del primo Novecento.
Ma per creargli una categoria esso si può iscrivere nei momenti artistici di questo secolo che recuperano le forme e lo spazio dell’arte primitiva.
Gli inganni di Federico proseguono se osserviamo i suoi vasi di vernici metallizzate e i bronzetti di ceramica. Viene da pensare se l’artista non abbia voluto portare una carica di contraffazione e di eversione nella ceramica. Se il genio di questo artigianato è la linea, il Melis si esprime con forze angolari e contundenti, conferendo alle sue opere le superfici del metallo; e si potrebbe dire che assume la ceramica come mezzo espressivo per negarla subito dopo. Il poeta Carlo Betocchi ammiratore di Federico Melis, lo ha ricordato per la violenta espressività, perfino rozza. In effetti sentiamo il balzo dalla Sardegna alle Marche, un balzo che ci porta in casa un artista anticlassico e precristiano. Così il Melis tratta il tema della “Crocifissione”: come una battuta di caccia dove il Cristo è un cinghiale messo alle strette da appuntite lance, e su di lui l’umanità felicemente manigolda e danzante scarica se stessa. E per il resto le sue esecuzioni sembrano un pronto botta e risposta con la realtà. Se ne legge la rapidità. Sembra di avere di fronte un artista che pensa di lavorare con una colata di bronzo, invece che con la creta.

(tutta la presente ricerca è tratta da un articolo di Feliciano Paoli pubblicato su “Quaderni del folclore urbaniese” Pro Loco Urbania 1982, con ulteriori note e integrazioni di Tarcisio Cleri, 2009)